Xylella fastidiosa, la piaga che ha distrutto una regione.

Di Giorgio Leggio (foto di Adobe stock con licenza standard)

Sono passati ormai dieci anni da quando per la prima volta in Salento si iniziava a parlare di qualcosa che stava portando alla morte di piante d’olivo. Ben presto divenne evidente che non si trattava di qualche caso isolato, ma di una malattia che, in qualche modo, si spandeva a macchia d’olio (triste ironia) per tutto il territorio Pugliese.

Tutt’oggi non abbiamo certezze sulla causa scatenante di questa malattia e siamo lasciati con teorie più o meno fantasiose ed attendibili.

Una malattia misteriosa

Dopo lunghe ricerche sul campo ed analisi in laboratorio per identificare la malattia risultò chiaro che la causa, fosse riconducibile ad un batterio Gram negativo, volgarmente chiamato “Xylella fastidiosa” che provoca un rapido essiccamento della pianta.

Una sottospecie particolarmente aggressiva di Xylella è stata, ed è ancora oggi, la causa di gravissimi danni nell’olivicoltura Salentina, arrivando ad essere definita da Joseph-Marie Bové “la peggior emergenza fitosanitaria al mondo” (Académie d’agriculture de France N.d.A.).

Una malattia senza cura

È noto che non esista una cura contro questo batterio, come ben sanno gli agricoltori Californiani, che si trovano da più di cento anni a combattere un’altra lotta causata da Xylella fastidiosa, la malattia di Pierce, che colpisce le viti.

Per cercare di arginare la diffusione di una malattia spesso devastante per le piante, il commissario straordinario nominato per l’emergenza Giuseppe Silletti, con l’appoggio di ricercatori ed in linea con le direttive Europee del tempo, mise in atto un piano di isolamento della zona interessata.

Venne poi effettuato lo sradicamento della totalità delle piante infette lungo una linea immaginaria che definiva e fungeva da cordone tra la Regione colpita ed il resto d’Italia, nella speranza di risolvere il problema, o per lo meno di arginarlo ad un territorio definito.

E oggi?

Nonostante le misure prese, più di nove milioni di olivi secolari restano morti essiccati, provocando nel corso degli anni l’abbandono totale della coltivazione e mantenimento di circa 85 mila ettari di oliveti.

Non solo, pur isolando la località geografica interessata, forse per leggerezza o prendendo sottogamba la minaccia, oggi anche zone più interne del brindisino e addirittura del barese iniziano a mostrare i segni della malattia.

Senza un’azione tempestiva della popolazione autoctona, coordinata dalla Regione, lo Stato o la Comunità Europea (tutti enti che non si sono distinti per la loro presenza in questo decennio), nel giro di qualche anno l’intera Puglia potrebbe subire il colpo di grazia, senza contare che la stessa sorte potrebbe essere riservata al resto dell’Italia.

Sogno o son desto?

Da Leuca al nord di Lecce, a Gallipoli (primo focolaio), passando per il brindisino, ad Otranto rimane un’enorme distesa di giallo e grigio, dove neanche quindici anni fa c’era un rigoglioso territorio che ormai può essere soltanto un ricordo color verde bottiglia per i nostalgici e per chi, come me, ci è nato e vissuto.


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