Mi darebbe un calice di quel Prosecco francese per favore?

Consigli su come evitare sguardi sinistri da un appassionato di vino…

Di Alberto Mangoni (foto di Chiara Carciani)

Luoghi comuni

Sarà capitato a tutti gli appassionati di vino, di trovarsi ad una festa o alla fine di una cena, aprire una bollicina di qualsiasi tipo, genere o provenienza e sentire Chi vuole un calice di Prosecco?

Lo si accetta sempre di buon grado, ci mancherebbe, poi però lo si assaggia e quella bollicina non ha proprio l’aria di essere Prosecco…

Ti fai coraggio e consapevole degli sguardi storti degli altri commensali chiedi “Posso vedere la bottiglia?”, mera curiosità e qui apriti cielo…

L’intuizione era giusta, non era decisamente Prosecco, ma per non creare scompiglio ed evitare il linciaggio, opti per un saggio e religioso silenzio.

Facciamo chiarezza: la provenienza

La zona di produzione del Prosecco DOC si trova nell’area nord-orientale dell’Italia e più precisamente nei territori ricadenti in quattro province del Friuli-Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) e in cinque province del Veneto (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza)

Quando la raccolta delle uve, la vinificazione e l’imbottigliamento avvengono completamente nelle province di Treviso e Trieste, si possono usare le menzioni speciali Prosecco DOC Treviso e Prosecco DOC Trieste. Due province che, nel corso della storia, hanno ricoperto un ruolo fondamentale per la produzione del Prosecco.

Nel segno del Glera

Uva principe nella produzione di questo vino spumante è il Glera, un vitigno a bacca bianca autoctono dell’Italia nord-orientale e noto fin dai tempi dei Romani.

Si può riconoscere in vigna per i suoi grappoli lunghi e ricchi e dagli acini giallo-dorati.

Oltre a questa famosissima uva, storicamente, fino ad un massimo del 15%, vengono utilizzate: Verdiso, Bianchetta Trevigiana, Perera, Glera lunga, Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio e Pinot Nero, vinificato in bianco.

Tradizione e innovazione

Da sempre la presa di spuma (il processo che da vita all’effervescenza) del prosecco Doc avviene in autoclave, secondo le regole del metodo Charmat, anche conosciuto come Martinotti.

Utilizzare questo procedimento è obbligatorio per poter inserire la menzioneSpumantein etichetta. Le nuove generazioni di artigiani vignaioli però stanno sperimentando nuove metodologie, sia in vigna che in cantina.

Utilizzando il nome “Prosecco frizzante”, vari produttori stanno creando delle chicche territoriali, preferendo la naturale e più rischiosa rifermentazione in bottiglia al classico metodo Charmat.

Sempre più realtà, da qualche anno a questa parte, decidono di applicare una viticoltura più sostenibile, diminuendo la resa di uva per ettaro e strizzando un occhio alla qualità del prodotto finale.

Numeri da capogiro

Il Prosecco sta facendo registrare risultati incredibili, sia sul territorio nazionale che in giro per il mondo.

Traina l’export degli spumanti italiani all’estero, con il 65% dell’intero volume della sua categoria. Oltre a questo, ormai da anni è l’unica DOC tra le bollicine a veder crescere i propri valori di mercato anno per anno senza battute d’arresto.

Un numero che può far riflettere: c’è stato un significativo aumento di esportazione verso la Francia per la categoria spumanti,il 28% rispetto al 2019 e il 25,5% è interamente Prosecco.

Non tutto Prosecco

Avendo analizzato provenienza e peculiarità di questa eccellenza italiana, non avremmo più dubbi sul cosa sia giusto o meno chiamar Prosecco”.

Il mondo delle bollicine è estremamente ampio e costellato di lavorazioni e menzioni estremamente diverse tra loro, dai Metodo Classico, ai “Sur Lie” (leggi qui l’articolo “Metodo ancestrale, la bolla d’attualità”) per quanto riguarda il processo nella nascita delle bolle.

Quantità di zucchero, pressione, menzioni d’origine e tanto altro in un solo calice…

Al prossimoProsecchino” che vi verrà offerto, non fatevi intimidire chiedete pure la bottiglia!

Alla salute!


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