Autoctoni alla riscossa!

Vitigni recuperati e la valorizzazione del patrimonio genetico.

Di Alberto Mangoni (foto di Chiara Carciani)

Ricchezza

L’Italia, croce e delizia degli italiani, in un rapporto conflittuale di amore e odio. Dal dannarsi per la burocrazia al tornare bambini mangiando mezza teglia di lasagne della nonna, confusi? Bene, non abbiamo ancora iniziato…

Il nostro Paese gode di una ricchezza in Bio diversità a dir poco invidiabile, basti pensare che si contano addirittura 545 vitigni autoctoni, più di qualsiasi altro Paese al mondo.

Una fortuna incredibile no? Storie e intrecci, lavoro di uomini e donne sparsi in lungo e largo sulla superfice dello stivale hanno dato vita a questo patrimonio e sta a noi mantenerlo

Due occhi alle tendenze

Vitigni internazionali, parliamo dei celeberrimi “Merlot”, “Cabernet”, “Chardonnay” e affiliati.

I vini prodotti da questi vitigni sono delle certezze, oltre che essere estremamente apprezzati dalla critica mondiale e quella forse più importante: quella americana.

Da quando sono entrate in gioco le pesanti valutazioni della critica americana, in Italia e nel mondo per anni sono state fatte scelte che tendessero ad “accontentare” i gusti delle varie testate giornalistiche, un 100 da Parker” o “Suckling”,poteva dare la svolta definitiva ad una cantina in aspirante crescita.

Celebre la storia dei “Barolo boys” che grazie alla spinta di Mark de Grazia (Italo-Americano) certo non variarono la varietà di uve, rimasta Nebbiolo, ma decisero di adottare Barriques nuove al posto delle botti grandi esauste, per incontrare il consenso delle giurie d’oltre oceano.

Un grande rischio

Proprio questa politica produttiva, a cavallo degli anni ’80 e ’90 ha messo a rischio un gran numero di varietà autoctone.

Tendenze di mercato e la non curanza del territorio han fatto sì che si perdesse il focus sui temi della territorialità e identità vitivinicola.

Negli ultimi anni, per fortuna, c’è stata una brusca e dovuta inversione di marcia, atta a valorizzare le uve regionali, riprendendo in mano varietà che ormai sembravano del tutto perse.

Back to the origins

Toscana, mia cara, la landa del Sangiovese, in mille sfumature diverse, dai colli Senesi al Brunello, passando per la Maremma con il Morellino di Scansano

Possiamo trovare anche grandi interpretazioni di vitigni internazionali come nella Bolgheri DOC, come Sassicaia del quale abbiamo parlato in un articolo precedente (leggi qui).

Tra un “Super-Tuscan” e l’altro,però,il recupero delle varietà autoctone non si ferma. Un esempio? L’azienda “Mannucci Droandi” utilizza e recupera un’uva antica come la “Barsaglina, originaria della zona di Massa Carrara, ottenendone vini estremamente pregiati e con una bella prospettiva di vita.

La stessa azienda utilizza uve derivanti da varietà antiche e quasi perdute come “Foglia tonda” e “Pugnitello” per altri due vini della sua gamma..

Recupero e sensibilizzazione

Il tema è caldo e sempre più associazioni si sono mosse negli ultimi anni a favore del recupero di questi vitigni così rari e a rischio estinzione. La lista delle uve da riprendere è ampia ma lo studio è incessante e su più fronti.

Si è scoperto addirittura che ceppi antichi sono più resistenti e meno sensibili ai cambiamenti climatici, altro tema che sta toccando e toccherà sempre più da vicino il mondo del vino.

Nel 2017 nel Vinitaly delle donne è stato organizzato un importante evento per la sensibilizzazione ai vitigni in via d’estinzione, degustazione di oltre 13 vini rari, da uve quasi completamente estinte (meno di 50 ettari totali per tipologia).

Conservare innovando, uno sguardo indietro per proiettarsi al futuro, il futuro di queste varietà in mano ai vignaioli del domani, e se ne trovate uno, non fatevelo scappare!

Alla salute!


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